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DEL CANTO GREGORIANO
di Fulvio Rampi

Un libro per conoscere il canto gregoriano, le sue radici, il suo pensiero, la sua perenne attualità, le sue prospettive. Dialoghi alla scoperta di un tesoro della Chiesa e per la Chiesa.
PROLOGO
<<Parola che fu rivolta a Geremia dal Signore nell’anno decimo di Sedecìa re di Giuda, cioè nell’anno decimo ottavo di Nabucodònosor. L’esercito del re di Babilonia assediava allora Gerusalemme e il profeta Geremia era rinchiuso nell’atrio della prigione, nella reggia del re di Giuda, e ve lo aveva rinchiuso Sedecìa re di Giuda, dicendo: “Perché profetizzi con questa minaccia: Dice il Signore: Ecco metterò questa città in potere del re di Babilonia ed egli la occuperà; Sedecìa re di Giuda non scamperà dalle mani dei Caldei, ma sarà dato in mano del re di Babilonia e parlerà con lui faccia a faccia e si guarderanno negli occhi; egli condurrà Sedecìa in Babilonia dove egli resterà finché io non lo visiterò - oracolo del Signore - ; se combatterete contro i Caldei, non riuscirete a nulla”?
Geremia disse: Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Ecco Canamèl, figlio di Sallùm tuo zio, viene da te per dirti: Comprati il mio campo, che si trova in Anatòt, perché a te spetta il diritto di riscatto per acquistarlo”. Venne dunque da me Canamèl, figlio di mio zio, secondo la parola del Signore, nell’atrio della prigione e mi disse: “Compra il mio campo che si trova in Anatòt, perché a te spetta il diritto di acquisto e a te tocca il riscatto. Compratelo! ”.
Allora riconobbi che questa era la volontà del Signore e comprai il campo da Canamèl, figlio di mio zio, e gli pagai il prezzo: diciassette sicli d’argento>>. (Ger 32, 1 – 9).
Iniziamo a ragionare di canto gregoriano nel segno della Parola. Non immaginiamo altra possibilità dopo aver deciso di lasciarci sedurre, come fu per Geremia, da una prospettiva di irresistibile forza. È insieme la forza e il fascino di un canto che ha preso forma sulla Parola e che di essa rappresenta il suono. È il ritratto sonoro della Rivelazione che la Chiesa è da sempre chiamata a custodire, pensare, trasmettere; e nella propria coscienza profonda la Chiesa da secoli e senza incertezze ‘sa’ che con il gregoriano tutto ciò è stato eseguito ‘in bella copia’. Senza firme di singoli autori, coniugando semplicità e complessità, in un linguaggio allusivo e simbolico di impensabile ricchezza e bellezza, il canto gregoriano, pur incarnato pienamente nella cultura medievale in cui ha preso forma, è stato da subito ‘sentito’ dalla Chiesa quale insigne paradigma dell’atteggiamento che essa universalmente reclama nei confronti del suo tesoro più caro, la Parola, appunto.
La Parola e il suo primato: nell’insopprimibile anelito di fede verso di essa si forma la poderosa ragione teologico-musicale gregoriana. E con la Parola, inscindibilmente, la sua materialità – non meno sacra del significato – costituita da termini, sillabe, vocali, accenti; tutta quella sonorità con la quale la Parola si è storicamente e foneticamente incarnata è stata recepita e venerata da questo colossale evento ecclesiale plasmatosi nell’ombra dei secoli che noi oggi chiamiamo canto gregoriano. Precisamente nella prospettiva del testo quale nostro filo conduttore occorre mettersi. Da subito.
E che c’entra questa Parola con l’itinerario di scoperta e conoscenza che qui iniziamo? Non perchè sia stato incluso nello sterminato repertorio gregoriano questo testo biblico è stato scelto. Nondimeno ha una profonda pertinenza. La compravendita del terreno in esso descritta appare a prima vista come un inspiegabile abbaglio, una clamorosa ingenuità. Che senso ha, infatti, comprare un terreno alla vigilia della catastrofe ormai inevitabile? Per di più l’introduzione del brano dimostra che Geremia è ben consapevole della situazione e del destino prossimo di Giuda e Gerusalemme. Ma precisamente nell’assurdità dell’atto sta la chiave del suo significato: nonostante tutto ciò che sta per succedere, la terra continua ad essere dei giudei, terra promessa ai patriarchi e posseduta per secoli. Si aggiunga che il profeta compra il terreno perchè esso resti in possesso della famiglia, come previsto dalla legislazione. Se qualcuno, infatti, si trovava costretto a vendere un terreno della proprietà ereditaria, toccava ad un altro membro della famiglia, secondo l’ordine stabilito, comprarlo o riscattarlo. Questo particolare imprime, così, all’atto di Geremia un significativo carattere di solidarietà familiare.
Ebbene, l’atteggiamento di Geremia ben raffigura l’intendimento col quale ci siamo spinti su questo ‘terreno’ insidioso costituito oggi nella Chiesa dal canto gregoriano. Terra santa della musica liturgica, oggi pochi nella sua ‘famiglia’, sia tra i fedeli che tra i pastori, lo annoverano tra le proprietà ecclesiali per le quali sentirsi impegnati in operazioni di solidale riscatto. Assediato ormai da tempo da innovative istanze pastorali, con questa lenta agonia postconciliare che esso sta attraversando, segno incontrovertibile della propria appartenenza ad un orizzonte ormai chiusosi, questo vecchiume giungerà inevitabilmente alla caduta finale: questo è il tenore dei giudizi, siano essi considerati come pastorali, musicali, liturgici e quant’altro. Nessun futuro per il gregoriano in casa sua. Eppure la Chiesa, proprio in quello stesso Concilio Vaticano II al cui ‘spirito’ molti si appellano per motivare il menzionato definitivo superamento, ha ribadito nella ‘lettera’ che essa <<riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale>>. (Sacrosanctum Concilium, 116). Un inspiegabile abbaglio, una clamorosa ingenuità anche questa, dunque? Tanto più che al n. 117, con la stessa serena pacatezza, viene indicata la necessità di terminare l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano, anzi di preparare ‘un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di san Pio X’. Non sembra una mens orientata alla smobilitazione, quella che qui traspare, piuttosto segnala una pacifica consapevolezza ed una tensione progettuale.
Ci ha colpito questa dicotomia, macroscopica ma sottaciuta, quasi non abbia più alcun valore ormai rilevarla, tra tali affermazioni conciliari, peraltro ribadite e sviluppate in diverse occasioni dal Magistero successivo, e il sentire comune espresso dalla prassi e dalle concezioni liturgiche – maggioritarie, occorre a questo punto aggiungere – presenti oggi nella Chiesa. Che ne è stato della coscienza, dello sguardo, del sapere ecclesiali sul canto gregoriano? Perchè oggi ben pochi sono disposti a comprare questo campo, a riscattarne il futuro e a considerarlo ancora proprio nonostante quello che sembra stia per accadere? Da laici cresciuti sotto la provvidenziale guida del Concilio Vaticano II, da anni incontriamo corsi, pubblicazioni e ogni sorta di altri importanti contributi formativi in pertinente riferimento ai grandi temi riformulati da quel grandioso evento di grazia per il cattolicesimo contemporaneo: la Parola di Dio, la liturgia, il rapporto col mondo, l’ecumenismo e così via. Ma in tutto questo prezioso sviluppo della cultura teologica postconciliare troviamo noi, soprattutto nell’ambito della Parola di Dio e della liturgia, sia a livello specialistico che divulgativo, una preoccupazione significativa per insegnare, spiegare, trasmettere la ricchezza di questo tesoro che la Chiesa giudica a chiare lettere proprio? E nei seminari delle nostre diocesi, quanto è insegnato e imparato il canto gregoriano? Anche lì, come altrove, troviamo piuttosto approfondimenti sull’esegesi patristica, sulla storia dell’arte o su tanti altri pertinenti e bellissimi aspetti correlati. Ma, c’è da chiederci, come sia possibile che in ambito speculativo e formativo in rapporto alla Parola di Dio e alla liturgia, ampi settori della Chiesa dimentichino quasi sistematicamente quella parte di sé germinata rigogliosamente proprio dalla Parola e dalla liturgia, costituita dal canto gregoriano.
La messa in discussione seria ed esplicita di questa situazione e di tutti i suoi luoghi comuni è solitamente classificata in modo sbrigativo come sospetta nostalgia verso concezioni liturgiche e visioni di Chiesa risalenti ai tempi preconciliari. Tutto ciò, oltre a fare poco onore agli artefici di questa curiosa trasformazione della questione, non contribuisce di certo a porla nei termini propri e ad affrontarla in modo ecclesiale. Nella Chiesa Cattolica, dopo questi quarant’anni in cui i più si sono sentiti autorizzati a non studiare, a non insegnare e a non cantare più il gregoriano, sono davvero pochi coloro che tra laici, pastori, liturgisti e musicisti oggi sanno realmente ciò di cui si parla quando si dice gregoriano. La maggior parte tra noi si basa spesso su una comprensione del canto gregoriano molto vaga, superficiale e soprattutto antistorica; possiede qualche conoscenza approssimativa che si rivela subito inadeguata, se non errata, qualche percezione del tutto fuorviante, molto lontana dalla vera essenza del canto gregoriano e qualche stereotipo prodotto dal tam-tam ecclesiale a sostegno della inconsistenza della questione che qui si vuole invece porre.
Così ci siamo decisi: si va a discutere di gregoriano, a vederlo, a sentirlo, a capirlo, a interrogarlo. Ci informiamo, leggiamo, ascoltiamo, impariamo e ancora discutiamo su questa ‘cosa’ di cui s’è preferito tacere. Abbiamo così percorso questo itinerario, che non ha voluto ricalcare una trattazione manualistica, ma – finalmente – un dialogo tra credenti curiosi su questo tema e incuriositi dalla sua emarginazione. Un maestro, che ben volentieri ha raccolto la sfida indicando e consegnando il sorprendente splendore del canto della Tradizione, due discepoli inquieti e stupiti che si sono appassionati alla freschezza, alla attualità e alla grandiosità della ragione gregoriana. Insieme a scoprire e capire come il canto proprio della Chiesa non sia semplicemente ‘una’ delle tante forme musicali, seppur nobilissime, che la storia ci ha consegnato; come esso non abbia nulla a che fare con il tradizionalismo, ma lo contesti in radice; come nulla più del canto gregoriano possa promuovere un’autentica partecipazione attiva al culto divino, e così via. Di folgorazione in folgorazione.
Questo libro, nato dalla volontà di dar credito schietto alle dichiarazioni che la Chiesa, nostra madre e maestra, ci ha con serena fermezza consegnato nel Concilio, vuole contribuire, senza alcuna vena polemica né antagonistica, a infrangere quella sorta di ‘tabù’ di cui s’è detto; e intende insinuare in molti altri, così come è stato per i due discepoli, la semplice curiosità sul canto gregoriano. Nell’attuale momento anche solo questo può bastare in vista di una consapevolezza nuova su questa testimonianza antica. L’obiettivo ultimo non può essere quello di riportare a tutti i costi e il più possibile il canto gregoriano nella nostra liturgia. L’obiettivo vero per la Chiesa è, come sempre, più profondo e più alto; quello di cambiare radicalmente il suo sguardo verso il canto gregoriano, tornare ad amarlo, considerarlo davvero suo con nuovi sentimenti, con occhio purificato e benevolo. Non importa poi in quale misura saremo in grado di tradurlo concretamente e con dignità in prassi liturgica, cosa quanto mai necessaria, sicuramente, ma non certo automatica. Ciò che importa davvero è che rinasca, rimanga e sia percepibile l’amore e il desiderio di una comunità che volentieri è portata a ‘riservargli il posto principale’, ben felice di prepararglielo con cura perché sa di rispondere, pur balbettando, ad un inesauribile dono.
Geremia farà mettere il contratto di acquisto da lui firmato in una giara di coccio, <<perchè si conservi a lungo>>. L’effetto dell’acquisto del campo non è percepibile nell’immediatezza che, al contrario, relega la scelta del profeta nell’incongruenza e nell’inutilità; solo nell’orizzonte profetico può emergere da essa il senso compiuto. È un profetizzare nel vivo, non solo a parole e nemmeno con un’azione simbolica, ma con un atto reale, giuridico. Un atto che ‘significa’ il futuro perchè già lo sta anticipando, signum che ‘conserva a lungo’ la propria opacità. Comprare e conservare: così la Chiesa fa nei riguardi della propria realtà costitutiva. E non secondo valutazioni pragmatiche e congiunturali, ma nella virtù teologale della speranza e con la virtù cardinale della fortezza. Da sempre essa ‘sa’ di custodire tutto ciò che la riguarda e la trascende nella fragilità propria della condizione umana. Questo sapere ecclesiale riguarda anche il tesoro del suono della Parola, anche il canto gregoriano presenta questo marchio di origine che ci sorprende, che ci sovrasta e che ci inquieta.
<<Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi>>. (2Cor 4, 7). |