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IL CANTO GREGORIANO, VOCE DELLA CHIESA

di Fulvio Rampi

Introduzione
Saluto tutti voi e vi ringrazio della vostra presenza. Sono molto contento di potervi parlare un po’ del canto gregoriano. Purtroppo va detto che sovente, quando si discute di gregoriano, emergono in prevalenza gli aspetti superficiali, marginali, oso dire perfino fuorvianti. Spesso il gregoriano è vittima di luoghi comuni, di consolidati preconcetti, finendo non di rado per essere accostato ad un tradizionalismo un po’ equivoco, ad una Chiesa vecchia, incapace di stare al passo coi tempi – sono cose che si sentono regolarmente – nonché impacciata nel dare risposte alle nuove esigenze dell’odierna liturgia. E’ in latino, una lingua ormai incomprensibile ai più e cancellata dal Concilio – si dice anche questo – e, dulcis in fundo, siccome è cantato da pochi non favorisce la “partecipazione attiva”, tanto raccomandata dallo stesso Concilio. Mi rendo conto di scoprire l’acqua calda constatando che proprio all’interno della Chiesa si sono fatte strada queste obiezioni: il gregoriano è divenuto fonte di disagio nella riflessione liturgico-musicale ed è percepito più come ostacolo che come dono. Si è consolidato attorno al gregoriano un clima di sospetto, ma non si ha il coraggio di dichiararne la fine: non c’è nessun documento che lo annulli. Peccato che il Papa lo ami, altrimenti tutto sarebbe più semplice, forse. La Chiesa deve andare avanti, si dice.

Potremmo continuare all’infinito nel raccontare il grigiore – per usare un eufemismo – di processi sommari, ostinatamente e sistematicamente messi in atto nei confronti del gregoriano, che hanno segnato in particolare questi ultimi decenni postconciliari. Ma forse le cose non stanno solamente così. Mi ha fatto molto piacere leggere sull’Osservatore Romano di qualche settimana fa le parole che mons. Guido Marini, attuale maestro delle celebrazioni del Sommo Pontefice, aveva pronunciato in quei giorni proprio qui, a Genova, nel vostro primo incontro. Vorrei sviluppare il mio intervento proprio in risposta ad un paio di precise domande formulate da mons. Marini. Cito testualmente:

“Perché dunque l’insistenza della Chiesa nel presentare le caratteristiche tipiche della musica e del canto liturgico in modo tale che rimangano distinti da ogni altra forma musicale? E perché il canto gregoriano e la polifonia classica risultano essere le forme musicali esemplari alla luce delle quali continuare oggi a produrre musica liturgica?” 1.

1. Che cos’è il canto gregoriano?

Le domande di mons. Marini vanno diritte al cuore del problema; la risposta, a mio avviso, si radica nella riflessione sulla vera domanda alla quale non possiamo sfuggire: che cos’è il canto gregoriano?

Lasciamo da parte per un momento le semplificazioni, le mistificazioni di cui ho già fatto cenno, i fraintendimenti, i pregiudizi. Asteniamoci da sbrigative sentenze, dalla valutazione frettolosa sulla sua concreta praticabilità, dalla sua fruibilità immediata. Proviamo per un attimo a non farne un’analisi estetica e scordiamoci anche che dal gregoriano ha avuto origine la musica occidentale. Proviamo dunque a chiudere gli occhi sul suo pur colossale e incontenibile percorso storico-culturale. Insomma, non leggiamo il suo curriculum, non chiediamoci cosa ha fatto e prodotto: chiediamoci innanzitutto chi è. Se scopriremo la sua vera identità, poi gli faremo altre domande; ma, prima di offrirgli un nuovo “posto di lavoro” o di congedarlo definitivamente, vediamo di conoscerlo da vicino.

Non è facile rispondere ad una domanda così diretta, così ovvia, ma così decisiva: cos’è il canto gregoriano? Vi sono vari “livelli” di risposta, ciascuno dei quali definisce gradualmente il percorso di conoscenza della sua vera identità.

a. Canto della Chiesa

Il primo livello di risposta è molto semplice e ce lo ricordano da sempre i documenti del magistero della Chiesa fino al Concilio Vaticano II. Così si legge infatti nella Sacrosanctum Concilium:

“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale” (SC n.116).

Il gregoriano, dunque, in quanto “canto proprio della liturgia romana”, ha una sua prima qualità ecclesiale. La Chiesa dice che è suo. Ne rivendica la proprietà. Perché?

Deve far riflettere questo “spingersi oltre” della Chiesa: su ciò che a noi si presenta come un repertorio musicale, un prodotto artistico seppure di enormi dimensioni, essa si preoccupa di porre con fermezza il suo sigillo. La Chiesa non si è mai identificata in un’opera d’arte, in una pagina di musica, in uno stile architettonico: la sua tradizione è frutto della incessante relazione con la cultura di ogni tempo, ma senza l’identificazione esclusiva con nessuna forma particolare. Eppure, sul canto gregoriano la Chiesa si è in qualche modo “sbilanciata”, superando nettamente una pura logica di tipo artistico-culturale, insufficiente a definire la qualità di una relazione evidentemente anomala. L’anomalia, ovvero questa singolare “dichiarazione di proprietà”, ci suggerisce un’altra domanda: cos’è veramente “proprio” della Chiesa? La risposta è in verità molto semplice: la Parola di Dio. Questa è davvero “sua”, nel senso che solo alla Chiesa ne spetta l’interpretazione. Dunque, parlando di canto gregoriano, c’è in discussione un elemento ecclesiale fondativo: il rapporto fra Chiesa e Parola.

Siamo ben oltre, o se volete ben prima del fatto artistico, del dato musicale. La Chiesa ha posto in intima relazione il canto gregoriano con la Parola. E lo ha posto in una relazione unica, speciale, al punto di identificare nel canto gregoriano il proprio pensiero su quella Parola, la propria riflessione, la propria interpretazione, la propria esegesi. La Chiesa ci dice, insomma, che quando cantiamo il gregoriano esprimiamo proprio il “suo” pensiero su quei testi che cantiamo. Questo ci dice, innanzitutto questo. Ma non solo. Siamo ad un primo gradino, ad una prima risposta. C’è molto di più, lo vedremo, ma intanto abbiamo la garanzia, il conforto che siamo nell’ambito di un respiro ecclesiale che, in quanto tale, non può venir meno e assegna al canto gregoriano una categoria di giudizio che trascende la pura dimensione artistica.

b. Versione sonora dell’interpretazione della Parola

Una seconda risposta è questa: il gregoriano è – aggiungiamo qualcosa – la versione sonora dell’interpretazione della Parola. Spunta il dato sonoro del gregoriano: l’interpretazione della Parola si fa suono, prende vita come evento musicale, si fa suono della Parola. Comprendiamo bene quale conseguente responsabilità venga affidata al suono, concepito essenzialmente come veicolo di senso, di significato. Ecco l’ulteriore passaggio: l’interpretazione della Parola si fa suono. Vale la pena riprendere, a questo proposito, una parte del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato il 12 settembre 2008 a Parigi nel suo incontro con il mondo della cultura. E’ interessante – e per questo merita una sottolineatura – la contestualizzazione del suo discorso, ovvero il mondo della cultura europea. Dice il Papa:

In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale come regola determinante la parola del salmo: Coram angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica delle sfere. Partendo da ciò, si può capire la serietà di una meditazione di san Bernardo di Chiaravalle, che usa una parola di tradizione platonica trasmessa da Agostino per giudicare il canto brutto dei monaci, che ovviamente per lui non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario. Egli qualifica la confusione di un canto mal eseguito come un precipitare nella “zona della dissimilitudine” – nella regio dissimilitudinis. Agostino aveva preso questa parola dalla filosofia platonica per caratterizzare il suo stato interiore prima della conversione (cfr Confess. VII, 10.16): l’uomo, che è creato a somiglianza di Dio, precipita in conseguenza del suo abbandono di Dio nella “zona della dissimilitudine” – in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere uomo”2.

Inciso personale. Anche per noi intonare male, ad esempio, un intervallo di quinta è segno di disordine nelle proporzioni – non sembri una esagerazione – che regolano la struttura musicale. Come le chiese sono costruite su rapporti perfetti, così le “architetture musicali” sono regolate dagli stessi rapporti, non rispettando i quali l’intero “edificio musicale” non può stare in piedi. Prosegue il papa:

È certamente drastico se Bernardo, per qualificare i canti mal eseguiti dei monaci, usa questa parola, che indica la caduta dell’uomo lontano da se stesso. Ma dimostra anche come egli prenda la cosa sul serio. Dimostra che la cultura del canto è anche cultura dell’essere e che i monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore” le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità”3.

Conclusione: la Chiesa accoglie il suono per farne veicolo di senso e non per abbellire un testo. Questo è un passaggio decisivo. Il testo cantato deve essere un testo spiegato; la spiegazione del testo sta in quella precisa organizzazione di suoni. Ecco cos’è il canto gregoriano nella sua forma sonora: la spiegazione di quel testo come vuole la Chiesa e con quella organizzazione di suoni.

c. evento sonoro che assurge a liturgia

Proviamo ora a salire su un “terzo gradino” per dare una risposta ancor più completa alla nostra domanda iniziale: il canto gregoriano è la contestualizzazione liturgica dell’interpretazione sonora della Parola. Significa che la Parola non va soltanto interpretata e cantata, ma va soprattutto contestualizzata: la Parola diventa cioè evento liturgico, collocandosi per questo al cuore dell’esperienza ecclesiale. Attenzione: la Parola non è posta semplicemente all’interno della liturgia, ma diventa essa stessa liturgia. Il “canto proprio della liturgia” è davvero liturgia propria in canto.

Fermiamoci un istante e guardiamo il percorso che molto brevemente abbiamo seguito. Siamo partiti dalla Parola, ossia da una consegna alla Chiesa; un dono o, se volete, un talento da non sotterrare, ma da trafficare, da far fruttare, da rielaborare e infine da riconsegnare. La riconsegna è un evento sonoro che ne comunica il senso e che assurge a liturgia, ossia opus Dei, sacramento di salvezza. Il dato musicale, la componente artistica è funzionale, anzi, coincide con questo progetto esegetico, lo trasmette. In altre parole, il gregoriano trasmette il pensiero della Chiesa su quel testo e soprattutto mostra non solo come lo stesso testo è stato compreso, ma come conviene celebrarlo. Come accade per qualsiasi forma celebrativa, quando un testo viene celebrato viene per così dire “ufficializzato”; su quel testo viene solennemente pronunciato l’ “amen”, ne viene in sostanza riconosciuta la verità.

A questo punto occorre aggiungere subito un’altra considerazione in questo nostro cammino di comprensione e in risposta alla domanda iniziale: la natura liturgica del gregoriano sta nella sua capacità di strutturarsi in stili e forme precise. Conviene salire questo ulteriore gradino e soffermarsi brevemente per scoprire altre cose importanti.

2. Un canto “strutturato” per un progetto globale

Questo ulteriore passaggio merita una premessa, così sintetizzabile: non si dà liturgia senza forma. La liturgia è l’esatto contrario dell’improvvisazione. La forma non è apparenza, ma, al contrario, rivela la sostanza, ne è il segno, la prova, la garanzia. Possiamo perfino spingerci ad affermare che, in verità, non esistono i “canti gregoriani”, bensì le “forme gregoriane” proprie di ogni canto. Ciascuna forma si presenta, pur nella varietà delle movenze melodico-ritmiche, secondo una precisa natura strutturale: addirittura la forma stessa – altro passo importante nel nostro cammino – è intimamente associata al momento liturgico. Così se mi riferisco, ad esempio, a un introito (canto d’ingresso), definisco automaticamente momento, forma, stile di quel brano. Definisco, nella fattispecie, non solo il canto che apre la celebrazione eucaristica, ma sottintendo che si tratta di una salmodia antifonata (forma) in stile semiornato (stile compositivo). Un introito è questo, è nato così, ha questa forma, questo stile, questo stampo: non può che essere così, altrimenti non è un introito. Se dico graduale, offertorio, responsorio o qualsiasi altra forma gregoriana, identifico sempre strutture precise, non composizioni o canti generici. Consentitemi un inciso personale sulla situazione di oggi. Mi chiedo se è legittimo e che senso può avere disattendere sistematicamente il presupposto, consegnatoci dalla tradizione liturgica attraverso l’antica monodia, che regola da secoli il rapporto fra forma musicale e momento liturgico. Penso, ad esempio, ai canti dell’Ordinarium Missae, in particolare il Gloria e il Credo che, a causa di una ormai diffusa ed inarrestabile ansia assemblearista, sono divenuti ciò che non sono mai stati, ossia forme responsoriali. Per far cantare l’Assemblea, con l’illusione e il grave malinteso di promuoverne la partecipazione attiva, si sono piazzati in modo indiscriminato ritornelli facili (spesso banali) in ogni angolo della celebrazione, col misero risultato di un appiattimento su improbabili forme responsoriali totalmente estranee alla natura di momenti liturgico-musicali da sempre pensati dalla Chiesa in altro modo.

Tornando a noi, abbiamo potuto fin qui osservare come il testo, per farsi liturgia, debba subire passaggi obbligati e ordinati. Questa è la radice del canto liturgico: la Chiesa con il canto gregoriano scolpisce per sempre nella pietra questa necessità; la Chiesa stessa, si badi, non dice che bisogna cantare solo il gregoriano, ma attraverso il gregoriano ci consegna per sempre una necessità di percorso. Dobbiamo essere consapevoli che ignorare o smentire nella prassi un principio ordinatore, contraddice di fatto il pensiero della Chiesa in merito al canto liturgico.

A questo punto, come se non bastasse, bisogna, per così dire, “calare l’asso”. Sì, perché sono convinto che la cosa più importante di tutto questo percorso non sia ancora stata detta. La vera forza del canto gregoriano, infatti, sta altrove, ossia – allo stesso modo di ciò che succede per la Sacra Scrittura – nella visione d’assieme. Un brano gregoriano, pur possedendo tutte le caratteristiche stilistico-formali appena ricordate, pur avendo subìto questa sorta di complessa “lavorazione” della quale ho finora parlato, sarebbe poca cosa se non fosse inserito in un progetto globale, di enormi dimensioni, che abbraccia tutto l’anno liturgico e che si nutre di relazioni, di allusioni, di rimandi, in una parola di formule. Non posso cantare il gregoriano senza sapere, o almeno senza mettere in conto – pur senza la piena consapevolezza degli antichi cantori, che conoscevano l’intero repertorio e l’intera Sacra Scrittura a memoria – che ogni brano è parte viva dell’intero repertorio, col quale è posto in relazione e senza la quale il valore intrinseco del brano stesso ne risulterebbe fortemente sminuito. Facciamo un semplicissimo esempio, tolto dalla Sacra Scrittura. Come posso comprendere a fondo il senso dell’incipit del Prologo di Giovanni – “In principio era il Verbo….” – se non lo pongo in relazione con l’ “in principio” con cui inizia la Genesi, dunque l’intera Bibbia? Come non cogliere questa risonanza, in questo caso fin troppo evidente? La Sacra Scrittura è fatta così e la comprensione di una sua pagina non può prescindere dal progetto globale. Se questo vale per la Bibbia, con lo studio del canto gregoriano ritroviamo esattamente la medesima logica. E come potrebbe essere altrimenti?

Solo nel gioco di relazioni, di rimandi, di allusioni più o meno velate posso cogliere, tanto nel Grande Codice della Scrittura quanto negli antichi codici liturgico-musicali, il senso di un episodio, di un’affermazione, di un frammento musicale più o meno esteso. Il gregoriano vive di queste relazioni: la sua matrice culturale, che lo colloca nel tempo della tradizione orale, non può che rivelarsi attraverso la prodigiosa tecnica mnemonica. Il gregoriano è davvero il canto della memoria. Ecco un’altra possibile definizione in risposta alla nostra prima domanda. L’intero repertorio, l’intero enorme progetto, così minuziosamente pensato e costruito, è affidato alla memoria. Non è questa la sede per un’analisi del percorso storico del gregoriano, ma giova almeno ricordare che le più antiche testimonianze scritte – risalenti ai secoli X e XI – offrono testimonianza di un repertorio sterminato nel quale è la memoria a determinare le relazioni. Ogni brano gregoriano è un frammento del tutto, e tale frammento si scopre funzionale ad un globale progetto esegetico. Mi pare di poter accostare il gregoriano all’immagine paolina ben nota del corpo, del corpo umano in cui nulla vive per sé, ma tutto è in relazione.

Ci siamo spinti un po’ avanti e abbiamo intravisto prospettive vertiginose nella elaborazione di un testo sacro. Abbiamo dato uno sguardo d’assieme dall’alto e abbiamo visto ciò che personalmente amo paragonare ad una grande cattedrale. Cosa possiamo dire di fronte ad una cattedrale? Certamente è fondamentale conoscerne il materiale, le tecniche di costruzione, come è fondamentale conoscere le caratteristiche del testo nel canto gregoriano, dalla sua provenienza alle sue qualità fonetiche, alla sua pronuncia fondata sul valore sillabico e così via. Cosa sarebbe, tuttavia, una cattedrale privata del suo progetto globale, del suo valore simbolico e allusivo? Il materiale, prima grezzo, poi elaborato, è in ultima analisi funzionale ad una forma creata a sua volta da proporzioni perfette e sorretta dal concetto di ordine, presupposto ineliminabile anche nel canto gregoriano. É l’ordine che crea la forma e offre le chiavi di lettura di un progetto. In fondo, come non pensare alla stessa Creazione che, così come emerge dal racconto della Genesi, ci appare come il risultato di un “fare ordine” con infinita sapienza?

4. Ingombro o dono?

Il gregoriano, come ho detto, si presenta davanti a noi con le forme di una grande cattedrale ed è al centro della nostra città, della musica liturgica. É così, oggettivamente così. Ed è lì a “ingombrare” la nostra piazza principale. Io penso a Cremona, la mia città, dove abbiamo una bellissima Piazza del Duomo con una splendida cattedrale (senza nulla togliere a Genova…). Mi viene questa immagine perché la vedo tutti i giorni, affiancata dall’altissimo Torrazzo, e penso che non possiamo far finta che non ci sia. Possiamo guardarla come un dono inestimabile da conservare, da restaurare periodicamente, da studiare, da considerare come punto di riferimento, anche se, ovviamente, non c’è solo la cattedrale in una città e in una diocesi. Ma l’ultimo assessore al traffico o all’urbanistica di turno può considerarla, al contrario, un grave impedimento al traffico e alla costruzione di nuovi alloggi, per il bene dei suoi cittadini, si intende….. Il nostro assessore può sentirsi in diritto, e più nobilmente in dovere, di proporne l’abbattimento in nome di una riqualificazione del traffico cittadino e per un nuovo e tanto atteso piano di nuovi alloggi. Le esigenze di una città cambiano, certo, e le circostanze impongono anche scelte di rottura col passato: dunque, togliamo di mezzo la Cattedrale! Ecco: nella riflessione odierna sul canto per la liturgia siamo esattamente a questo punto.

La difficoltà e la complessità di un nuovo inizio nella musica liturgica non possono giustificare giudizi sommari, progetti tanto sconsiderati quanto mediocri che contraddicono in radice la storia della cultura ecclesiale; cultura che si è sempre nutrita dei migliori prodotti del pensiero dell’uomo. Il gregoriano, nella sua qualità saliente di “voce della Chiesa”, non è ancora stato studiato a sufficienza; la Chiesa stessa, dichiarandolo “suo”, ci assicura che esso non ha esaurito le sue potenzialità e che da questo tesoro, che abbiamo scoperto essere eco della Parola di Dio, siamo chiamati a trarre “cose nuove e cose antiche”. Se avremo pazienza e desiderio sincero di accostarlo e di ascoltarlo, ci insegnerà a quali altezze può condurre la lectio divina sulla Parola. Sì, il gregoriano è la forma musicale della lectio divina della Chiesa. Come potremmo infatti definire la “lavorazione” del testo sacro, di cui si è detto finora, se non accostando le sue fasi ai diversi gradi della lectio divina, a partire dalla ruminatio per giungere a vertiginose vette contemplative? Mi chiedo: come cambierebbero le odierne riflessioni sul canto liturgico se partissero da un accostamento serio e libero al canto gregoriano? Solo un ingenuo può pensare che il canto sacro sia esclusivamente il canto gregoriano. Ma non accorgersi o togliere di mezzo il canto gregoriano equivale a togliere una cattedrale da una città e da una diocesi. Non solo, equivale piuttosto a togliere di mezzo il presupposto per rendere feconda ogni riflessione sulle nuove proposte di musica liturgica; questo perché la Chiesa col gregoriano ci ha detto una volta per tutte che l’intima natura del canto sacro sta principalmente nel trasformare la Parola di Dio in evento liturgico. Ogni altra prospettiva, anche legittima, è secondaria. É un obiettivo raggiunto con il gregoriano, è una testimonianza che sta lì davanti a noi. Con i secoli si può sostituire il gregoriano, ma non si può sostituire il pensiero di fondo che lo ha determinato. Certamente il gregoriano è il prodotto artistico figlio del suo tempo, e come tale superabile, ma senza che per questo ne venga cancellata l’impronta indelebile data per sempre dalla Chiesa. Agostino direbbe, in riferimento al piano di Dio, “Muti il disegno, ma non il progetto”. Una riflessione ecclesiale che in merito alla musica liturgica non affronti seriamente la questione gregoriana è moneta falsa che compra merce falsa. E siamo così al secondo inciso della citata dichiarazione conciliare: “a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale” (SC n.116).

5. Ripartire dal gregoriano

Riservare il posto principale al gregoriano significa ricapitolare, cioè dare un nuovo titolo ad ogni nostra esperienza di canto liturgico, nel segno del canto gregoriano. Mi sembra efficace in proposito l’immagine numerica suggerita dal grande don Primo Mazzolari (permettetemi di citare questa semplice e bella provocazione di un prete della mia terra cremonese). Don Primo sosteneva che siamo tutti degli “zeri”, e che dunque per aver valore abbiamo assoluto bisogno di essere preceduti dall’ “Uno” , la grazia di Dio. Senza l’unità che precede gli zeri, anche infiniti zeri non hanno alcun valore. Nella musica liturgica si rischia la stessa sorte: se il posto principale, cioè l’unità, non è riservata al gregoriano, ossia a ciò che da sempre si è rivelato fondante per la componente sonora dell’azione liturgica, fabbrichiamo illusioni, costruiamo idoli. I nostri infiniti zeri, ovvero gli innumerevoli tentativi di dare nuove risposte alle attuali esigenze liturgiche, sono destinati a rimanere zeri se si risolvono nelle logore e stucchevoli polemiche fra chi ama o detesta il singolo compositore, il singolo gruppo, fra chi ama e chi detesta il latino, fra chi vuole il canto assembleare a tutti i costi e chi intende la liturgia come una ghiotta occasione per fare un bel concerto. Posizioni ideologiche contrapposte, estremiste: è una guerra fra zeri, dove tutti, prima o poi, cadranno sconfitti. É pur vero che l’unità senza gli zeri rimane solo un buon inizio; la tradizione del canto sacro è per questo un cammino, ma diventa un vuoto girovagare se non ne viene definita da subito la direzione. Il gregoriano soffre ma non teme le nostre inadeguatezze: è lì a ricordarci, anche se facciamo finta di non accorgerci, che anche nella liturgia, come sosteneva Romano Guardini, il logos precede l’ethos, che l’essere precede il fare e che il fare è fecondo solo in rapporto al logos. Il canto gregoriano è il punto di incontro più alto fra logos e ethos. Meraviglioso scambio – parafrasando una celebre antifona – in cui al Verbo che si fa carne l’uomo risponde con la propria carne che restituisce il Verbo. La Parola di Dio in forma sonora diviene così sacrificium vocis, offerta gradita. Ma la Parola viene “restituita” solo dopo aver preso forma in obbedienza ad un preciso percorso, dopo cioè che il testo sacro ha subito l’operazione che spetta solo alla Chiesa: farne l’esegesi e comunicarla in modo sonoro, associandone la destinazione liturgica a forme e stili precisi. Questa, e solo questa, è la risposta che la Chiesa ha fatto propria. In questo senso il gregoriano può dirsi normativo.

Qui sta anche la vera bellezza del gregoriano, che trascende le nostre categorie estetiche. Una bellezza che, come direbbe san Tommaso, trova ragione nella verità e ne rappresenta il vestito. A proposito di bellezza, cedo per un momento ad una suggestione ancora di radice tomista che, nella riflessione teologica sulla Trinità, assegna al Figlio il doppio nome di logos e imago. Il Figlio, secondo il grande Dottore, non è soltanto l’esegesi, il Verbo del Padre, ma ne è anche l’immagine vera, il volto: logos e imago. Parimenti, il gregoriano non si limita all’esegesi del testo, ma trova piena ragione nella sua concreta comunicazione, nell’immagine sonora. La bellezza del gregoriano è il suo farsi suono obbedendo alla Verità, ossia al pensiero trasmesso da quel suono. Ecco perché il gregoriano va studiato e va cantato. É dunque necessario cantarlo per assicurarne la verità e trasmetterne la bellezza.

Conclusione

Ma, concretamente, cosa si può fare? Cosa possono fare una parrocchia, una cattedrale, una piccola schola cantorum o un grande coro? Quali sono le nostre potenzialità, quali sono le nostre risorse, quali sono le nostre energie? Ritorniamo tutti nelle nostre comunità dove ci attendono mille problemi concreti da gestire che, normalmente, tolgono spazio a possibili nuove riflessioni. E poi, anche condividendo queste osservazioni, come le possiamo incarnare in un contesto ecclesiale non disposto, salvo rare eccezioni, a prendere in considerazione simili prospettive liturgico-musicali? Si ha spesso la netta sensazione che dove non domina l’ideologia regni comunque l’indifferenza, per certi versi un male ancora peggiore. In un panorama complessivamente desolante, che fare? Da dove iniziare? Che atteggiamento adottare?

Ecco, c’è un atteggiamento che mi pare possa valere per tutte le realtà, indipendentemente dalle loro potenzialità e dalla situazione specifica: si tratta della fiducia nei confronti del gregoriano. Fidarsi del gregoriano significa confidare innanzitutto nel fatto che la Chiesa ha dichiarato “sua” una cosa buona. Una cosa buona che, come tale, è a nostro vantaggio, è per il nostro bene. Il primo passo concreto è la volontà di entrare con fiducia da una porta che si è fatta oggettivamente molto stretta. Certo, il gregoriano è difficile, non regala emozioni facili, non promette risultati immediati e a basso costo. Non si fa conoscere subito, non dà confidenza a chiunque, e a chi lo vuole incontrare suggerisce la pazienza di un incontro vero e profondo: “venite e vedrete”, che potremmo parafrasare in “studiate e capirete”. Non giudichiamolo fuori dalla realtà di oggi: siamo noi fuori dal pensiero della Chiesa. Non consideriamolo irraggiungibile: per chi lo vuole incontrare, i mezzi e gli strumenti ci sono, basta cercarli; esso si mostra poco a poco e regala emozioni che nulla hanno a che fare col vago senso di spiritualismo, di misticismo o di atmosfere rarefatte, troppo spesso associate impropriamente al canto gregoriano. Ci vorrà tempo, i risultati tarderanno ad arrivare, a causa di una fatica che, nell’attuale situazione di diffuso “sospetto”, si è fatta doppiamente pesante. Detto questo, perché non accettare, nella Chiesa, questa sfida impossibile?

Mi sembra che il gregoriano, in fondo, se la rida quando sacerdoti, parroci, vescovi, organisti, direttori di coro e operatori liturgici lo rifiutano in nome della “partecipazione attiva”. Il gregoriano non pretende il posto principale nelle nostre liturgie: pur avendone tutto il diritto, non lo pretende; ma, se riusciremo ad assegnarglielo, pur con i limiti delle nostre realtà corali e delle nostre comunità ecclesiali che, a poco a poco possono compiere un cammino straordinario in questa direzione, sarà lui stesso a ripagare i nostri sforzi e anche a rendere feconde le necessarie nuove riflessioni sulla musica liturgica. Riflessioni che, prima o poi, sapranno ben distinguere la “partecipazione attiva” dal suo surrogato dell’assemblearismo ideologico; riflessioni, inoltre, che alla scuola del gregoriano sapranno finalmente sostituire l’attivismo liturgico con la ministerialità; riflessioni, infine, che sapranno liberare il concetto di “comprensibilità del rito” dalle secche di una immotivata ostilità al latino e dalle anguste e indecorose semplificazioni teorizzate per decenni.

Avere fiducia nel gregoriano – e concludo – significa volergli riservare il posto principale, prima ancora che nella liturgia, nel nostro cuore. É il cuore della Chiesa che lo deve riconoscere come dono, come grazia, come “suo” tesoro e non come ingombro. É lo sguardo che deve cambiare, e alla Chiesa è chiesto di più che al mondo della cultura. Nei Conservatori e negli ambienti musicali il gregoriano è molto apprezzato, ve lo posso testimoniare personalmente. É riconosciuto come linguaggio musicale che ha dato origine alla cultura musicale dell’Occidente. Il canto gregoriano non ha difficoltà ad “affermarsi” nel mondo musicale, segno che anche dal punto di vista squisitamente artistico – che ci siamo proposti addirittura di non considerare in questa riflessione – il canto proprio della liturgia romana non ha mai avuto complessi di inferiorità e sa farsi rispettare. Ma, lo ripeto, alla Chiesa – ed è precisamente lì il vero problema – oggi è richiesto molto di più. La Chiesa non può nascondere il canto gregoriano, ma non può neppure solamente apprezzarlo per ciò che ha rappresentato in passato: essa è chiamata soprattutto ad amarlo. Ad amarlo oggi, a ritrovare oggi le vere motivazioni per ritenerlo nuovamente “suo”, a stupirsi e a ringraziare con gioia per tanta autentica bellezza, a riconoscerlo nuovamente come forma ottimale della propria fede, a riportarlo per questo al centro della santa liturgia, culmine e fonte della vita in Cristo. Grazie.

* Relazione tenuta venerdì 11 dicembre 2009 a Genova nell’ambito del Corso per animatori musicali della Liturgia organizzato dall’Arcidiocesi di Genova. Il maestro Fulvio Rampi è docente di Prepolifonia al Conservatorio “G.Verdi” di Torino e direttore dei Cantori Gregoriani. Il testo, ripreso dalla registrazione, conserva lo stile immediato, tipico del linguaggio parlato. Ringraziamo l’autore per avere gentilmente riveduto il testo, completandolo e autorizzandone la pubblicazione. Si ringrazia anche l’Ufficio Liturgico dell’Arcidiocesi di Genova, nella persona della sig.ra Carmen, per averci fornito la registrazione. La suddivisione in paragrafi e la titolatura sono della Redazione (NdR).

1 Si veda anche G. Marini, Introduzione allo spirito della liturgia, in “Deus absconditus”, 100, n. 4 (Ottobre-Dicembre 2009), pp. 28-39 e in particolare le pp. 38-39: Quale musica per la liturgia? (NdR).

2 Benedetto XVI, Discorso pronunciato durante l’Incontro con il mondo della cultura, Collège des Bernardins, Parigi 12 settembre 2008.

3 Ivi.